mercoledì 25 maggio 2016

Chiesa di San Bernardino e MAM (3T)

Chiesa di San Bernardino


Stato Italia
Regione Piemonte 
Località Ivrea
Religione Chiesa cattolica
Titolare Bernardino da Siena
Diocesi Ivrea
Stile architettonico stile rinascimentale
Inizio costruzione XV secolo
Completamento XV secolo
La chiesa quattrocentesca di San Bernardino in Ivrea, situata nell'area decentrata eporediese che ospita gli edifici industriali della Olivetti in via Jervis, 380, rappresenta un'attrattiva di notevolissimo interesse artistico, in virtù del grande tramezzo interno affrescato con le Storie della vita e passione di Cristo da Giovanni Martino Spanzotti tra il 1485 ed il 1490 ca.
La chiesa di San Bernardino in Ivrea
La chiesa, nella sua prima struttura, fu edificata tra il settembre del 1455 ed il gennaio del 1457 assieme al convento destinato all'ordine francescano dei frati minori osservanti. La grande devozione popolare nei confronti della figura di san Bernardino (che si suppone transitato ad Ivrea nel 1418) aveva convinto le autorità religiose ad appoggiare il progetto di costruzione del convento, che fu inaugurato con grande fasto alla presenza del vescovo di Ivrea, Giovanni Parella di San Martino, e del vicario francescano della provincia di Milano.
La prima chiesa era a pianta quadrangolare con volte ogivali a crociera, tipiche dell'architettura gotica; assieme al convento (comprendente due chiostri, le celle del dormitorio, il refettorio ed i laboratori) costituisce un esempio delle soluzioni architettoniche che furono care ai frati minori.

La chiesa era stata pensata soprattutto per i frati del convento, ma il grande afflusso dall'esterno di fedeli che prendevano parte alle cerimonie religiose, rese ben presto insufficienti gli spazi ad essi riservati. Nel 1465 ebbero luogo i lavori di ampliamento, con la costruzione di una navata con accesso al pubblico, divisa dalla chiesa primitiva da un tramezzo con tre arcate.
L'ampliamento comprendeva anche la costruzione di due cappelle laterali (andate poi distrutte) ed un ardito innalzamento della copertura per ricavare al di là del tramezzo uno spazio, direttamente collegato al monastero e riservato al coro.
L'anno dopo Amedeo IX di Savoia prese il monastero sotto la sua protezione; protezione che continuò dopo la sua morte del 1472 ad opera di sua moglie Iolanda di Valois.
Le fortune del monastero andarono decadendo già verso la fine del XVI secolo, anche a causa della rivalità con la confraternita, pur essa francescana, dei frati minori riformati, che subentrò nella gestione del convento a partire dal 1612, senza tuttavia arrestarne il declino. Nel Settecento la chiesa ed il convento subirono un ulteriore degrado a causa delle successive occupazioni militari, sino alla conquista napoleonica ed alla abolizione delle proprietà ecclesiastiche. La chiesa, ormai sconsacrata, venne utilizzata per anni come deposito agricolo.
Camillo Olivetti acquistò il complesso (posto nelle immediate vicinanze della sua fabbrica di macchine per scrivere) nel 1910 ed avviò un suo primo recupero, trasformandolo in sua abitazione. Egli fece anche rimuovere il soppalco costruito a ridosso della parete spanzottiana.
Fu poi Adriano Olivetti che realizzò, tra il 1955 ed il 1958, un più importante progetto di riqualificazione dell'area, destinandola a sede dei servizi sociali ed delle attività dopolavoristiche per i dipendenti aziendali.
Gli affreschi di Spanzotti, restaurati nello stesso periodo, trovarono la loro giusta celebrazione critica in un saggio di Giovanni Testori, che operava in quel tempo ad Ivrea presso i servizi culturali della Olivetti.
È merito dell'azienda di Ivrea aver garantito la successiva manutenzione del complesso, pur con alcuni improvvidi interventi di utilizzo industriale dell'area attigua alla chiesa.
"Crocefissione", scena centrale del ciclo di affreschi.
Ben poco si sa degli affreschi che ornano il presbiterio, i più antichi dei quali realizzati probabilmente a ridosso della sua edificazione (1457)
Nelle due cappelle poste in corrispondenza agli archi laterali del tramezzo troviamo dipinte rispettivamente una Crocifissione ed una Madonna col Bambino, Sante e Santi realizzati attorno al 1470 da ignoti artisti di provenienza lombarda che si attardano su moduli gotici (per la Madonna col Bambino si è avanzata dubitativamente un'attribuzione a Cristoforo de' Moretti).
I tramezzi affrescati che ancor oggi si possono vedere in Piemonte e Lombardia e Canton Ticino è dovuta alla committenza dell'Ordine dei Frati Minori Osservanti: essi ubbidiscono ad un programma iconografico ben preciso che doveva servire per dare enfasi alle predicazioni che si tenevano nella chiesa, particolarmente nel periodo dell'Avvento e nella Settimana Santa.
Quello affrescato da Giovanni Martino Spanzotti ad Ivrea è uno dei più antichi tra quelli superstiti, realizzato non molti anni dopo quelli che vengono ritenuti i primi esempi del genere (oggi scomparsi), vale a dire quello della chiesa di San Giacomo a Pavia (con affreschi di Vincenzo Foppa, di Bonifacio Bembo ed altri) e quello della vecchia chiesa di Sant’Angelo a Milano (con affreschi attribuiti al Foppa).

La committenza affidata allo Spanzotti sottolinea il suo debito stilistico verso il Foppa, che già Roberto Longhi aveva puntualmente sottolineato
L'interesse artistico della chiesa si concentra sul grande tramezzo affrescato dallo Spanzotti in due intervalli di tempo tra il 1485 ed il 1490 ca. Vi è narrata la Storia della Vita e della Passione di Cristo in venti scene (ognuna dalle dimensioni di 1,5 x 1,5 metri), più una grande Crocifissione avente una misura quadrupla rispetto alle altre. Le scene che si leggono in successione sono – nel registro superiore – l' Annunciazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi, la Fuga in Egitto, la Disputa tra i dottori, il Battesimo, la Resurrezione di Lazzaro e l’Entrata in Gerusalemme; nel registro di mezzo troviamo l’Ultima Cena, la Lavanda dei piedi, la Preghiera nell'orto degli Ulivi, la Cattura di Gesù, Gesù davanti a Pilato, Gesù davanti a Caifa; nel registro inferiore troviamo infine le scene della Flagellazione, l’Ecce Homo, la Salita al Calvario, la Deposizione e la Resurrezione.
La grande e drammatica scena della Crocifissione, che colpisce l'attenzione del visitatore appena entrato in chiesa, rappresenta il fulcro patetico dell'intero ciclo.
Gian Martino Spanzotti, San Bernardino
Nei pilastri sottostanti troviamo raffigurata una immagine di San Bernardino ed un Cristo in Pietà, mentre ai lati degli archi, troviamo una Cacciata dall'Eden e scene del Giudizio Universale.
Il ciclo sul "tramezzo" della chiesa francescana d'Ivrea riflette non solo la esigenza pedagogica del committente di disporre, per l'ascolto delle prediche, di una "biblia pauperum" capace di tradurre le scritture in immagini, ma esprime soprattutto i tratti peculiari della devozionalità dei frati osservanti che punta a restituire una genuina carica umana al racconto evangelico. Spanzotti si dimostra capace di interpretare in modo esemplare il desiderio del committente, sviluppando una poetica nuova in grado di conferire al racconto la verità e la nobiltà dell'esperienza umana che è propria degli umili.

Nel suo saggio sugli affreschi di San Bernardino, Giovanni Testori osserva:
« È una nobiltà nuova quella che si fonda in questi anni nel Nord dell'Italia e alla quale lo Spanzotti offre questo suo inconfondibile tono: una nobiltà umana, anziché umanistica; il fatto riportato alle sue proporzioni reali e quotidiane, contro il fatto dilatato dall'iperbole dell'ideologia; il profondo del particolare, infine, contro l'esteso dell'universale. Ma reperire per costanza di verità una parola che ha durato e duri nel destino degli uomini, fitta nella loro carne e nel loro cuore, che grande, umana e, diciam pure, meritoria fatica! »

(Giovanni Testori, G. Martino Spanzotti – gli affreschi di Ivrea, 1958)
I colori ormai sbiaditi dal tempo e dalle ingiurie subite, non impediscono allo spettatore di apprezzare la qualità tecnica dei dipinti e la grande capacità dell'artista nel cogliere la diversa luce degli ambienti e delle ore del giorno.

« Spanzotti si trova libero di vedere stanze di gente contadina così come sono in una luce mattinale già pulite con cura a finestre aperte, con il tronco familiare dell’orto che è lì a portata di mano. [..] tanta è la sapienza dello Spanzotti nel trattare le luci sempre in modo naturale, secondo il variare dell'ora e dell'animo. Da quella luce viola che sembra scendere fredda e rabbrividente dalle montagne per rendere più pure le prime scene di sentimento raccolto e domestico (Annunciazione e Natività), a quella più calda dei grandi "aperti" dominati in primo piano dall'asinello vivacissimo (Fuga in Egitto, Entrata in Gerusalemme), a quella che bagna il Cristo nel momento della tragedia: quei panni intrisi di luce, nell'angoscia del sentimento - dall' Orazione nell'orto allo stare davanti a Pilato e a Caifa - una soluzione luministica, così carica di significato, da rendere grande da sola lo Spanzotti »

(Aldo Moretto, Indagine aperta sugli affreschi del Canavese, 1973)
Tra le molteplici qualità artistiche che il saggio di Testori sottolinea deve, quanto meno, essere menzionata la scena notturna della Cattura di Cristo, con quel «...fondersi inestricabile di ombre, figure, mani, lance, corazze e visi...» che anticipa di oltre un secolo il Caravaggio. Di particolare drammaticità, all'interno della scena della Crocifissione”, è l'accorre disperato della Maddalena, non immemore della lezione appresa dallo Spanzotti osservando la stessa figura negli affreschi eseguiti da Ercole de' Roberti (allievo di Francesco del Cossa) per il duomo di Bologna e nei "mortori" emiliani.
Elementi figurativi di chiara ascendenza nordica si spiegano attraverso la influenza esercitata sullo Spanzotti da Antoine de Lonhy.
In sintesi, attraverso gli affreschi del tramezzo, l'opera di Spanzotti si connota come punto d'incontro fertile delle espressioni artistiche presenti sui due versanti delle Alpi, aspetto che caratterizza per molti versi la peculiarità della produzione artistica in Piemonte nel corso di tutto il XV secolo.
Bibliografia
G. Testori, G. Martino Spanzotti – gli affreschi di Ivrea, Centro Culturale Olivetti, Ivrea 1958 (il saggio è stato riprodotto in Testori a Ivrea, (a cura dell'Associazione Giovanni Testori), Silvana Editoriale, 2004;
G. Romano, Giovanni Testori e Martino Spanzotti, in Testori a Ivrea, (a cura dell'Associazione Giovanni Testori), Silvana Editoriale, 2004
Aldo Moretto, Indagine aperta sugli affreschi del Canavese, Stabilimento tipo-litografico G. Richard, Saluzzo, 1973

Adele Rovereto, Il convento di S. Bernardino in Ivrea e il ciclo pittorico di Gian Martino Spanzotti, Priuli & Verlucca Editori, Ivrea, 1990

Itinerario MAM

Periodo della Meccanica
1896 Camillo Olivetti fonda la C.G.S., fabbrica di strumenti di misura elettrici. Fabbrica in mattoni rossi, sede della CGS.
1908 Fondazione della Società Olivetti.
1911 Viene presentata a Torino la M1, la prima macchina per scrivere italiana.
1912 Aperta la prima filiale Olivetti a Milano.
1920 Presentata in Italia la M20.
1926 Viene costituita la O.M.O. (Officina Meccanica Olivetti) che si occupa della costruzione di macchine utensili.Fabbrica OMO (in seguito demolita per far posto alla Nuova ICO).
1930 Nasce la M40.
Adriano Olivetti è a capo del neonato Ufficio Sviluppo e Pubblicità con il quale collaborano: Nizzoli, Figini e Pollini, Munari, B.B.P.R. ed altri.
1932 Presentata la prima portatile Olivetti MP1.
1934 Inizia la progettazione del primo ampliamento delle Officine ICO.
1935 Nasce la macchina per scrivere semi-standard Studio 42.
1937 Prima macchina telescrivente T1.
1938 Adriano Olivetti presidente della Società.
1939 Ulteriore ampliamento delle Officine ICO.
1940 Macchina da calcolo MC4S Summa disegnata da Nizzoli.
1941 Addizionatrice MC4M Multisumma. Inaugurato il nuovo asilo nido.
1942 Terminate le prime case per dipendenti a Borgo Olivetti ed in Via Castellamonte.
1943 Muore Camillo Olivetti.
1946 Esce la macchina da calcolo elettrica Elettrosumma. Nuovi edifici a Canton Vesco.
1948 Presentate la Lexicon 80 e la calcolatrice Divisumma 14, design di Nizzoli.
1950 Nuova portatile Lettera 22. Nuovo ampliamento delle Officine ICO.

Periodo dell'Elettromeccanica
1951 Costruite le case unifamiliari nel quartiere Castellamonte.
1952 Mostra Olivetti al MoMA di New York. Inizia la costruzione del Centro Studi ed Esperienze.
1954 Premio Compasso d'oro alla Lettera 22.
1955 Presentata la macchina contabile Audit 202. Inizia, a San Bernardo, la costruzione del nuovo stabilimento per la OMO e, ad Ivrea, l'ampliamento della Nuova ICO.

Periodo dell'Elettronica
1955 Calcolatore elettronico a valvole Elea 9000.
1957 Inizia la costruzione degli edifici per i servizi sociali di fabbrica.
1958 Esce la macchina da calcolo Elettrosumma 22.
1959 Calcolatore elettronico a transistor Elea 9003. Costruzione della Mensa centrale.
1960 Muore Adriano Olivetti.
1962 Si costruisce Palazzo Uffici.
1964 E. Sottsass disegna la Teckne 3 e la Praxis 48.
1965 Primo personal computer: Programma 101.
1969 Esce la Valentine.
1970 Si costruisce il Centro residenziale Ovest.
1973 Bellini disegna la Divisumma 18.
1976 Centro residenziale Est "La Serra".
1980 PC M20.
1984 PC M24.
1987 Ultimato Palazzo Uffici 2.

Officine Olivetti (fabbrica olivetti)
Pur non essendo un esempio di architettura razionalista, la fabbrica in mattoni rossi (come viene abitualmente chiamata) ha un grande valore storico: oltre ad aver ospitato la Prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere Olivetti, l'edificio è stato realizzato su progetto dello stesso Camillo Olivetti.
Ciò che si vede oggi su via Jervis altro non è che una serie di ampliamenti (sempre con facciata in mattoni a vista) dell'edificio originale, ormai inglobato dai successivi interventi.

Officine ICO - 1° ampliamento: "Vecchia ICO"
Questo edificio, portato a termine nel 1939, fa parte del complesso "Officine ICO" di Ivrea, ampliamento (di circa 50.000 mq) della originaria fabbrica in mattoni rossi progettata da Camillo Olivetti nel 1895.
Dopo aver sopraelevato di un piano il primo ampliamento esistente e scartato il progetto che interessava la vecchia fabbrica, gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini vennero chiamati a progettare un nuovo ampliamento delle officine Olivetti ad Ivrea.

Officine ICO - 2° ampliamento
L'edificio, portato a termine nel 1942, ha 3 piani fuori terra ed è caratterizzato da una facciata, quella su via Jervis, interamente vetrata. Questa, inizialmente più corta di quella visibile oggi, nel 1949 è stata ampliata ulteriormente, superando così una lunghezza totale di 100 metri.
Esposta a nord, la facciata ha un doppio ordine di infissi, appesi a mensole in cemento armato e distanti tra loro poco meno di un metro.
Per risolvere la differenza di quota tra i livelli del primo ampliamento e questo nuovo edificio, viene realizzato un ambiente, detto "Salone dei 2000" (tanti erano i dipendenti Olivetti allora), coperto da shed e circondato da rampe colleganti i vari livelli.
Visivamente, la differenza dei livelli viene "nascosta" grazie all'arretramento della facciata in conseguenza del raccordo tra i due edifici, soluzione adottata per seguire la leggera curva che via Jervis effettua in questo punto. Lo spazio così creato diventa ideale per l'ingresso alla nuova portineria, detta "del pino".


Asilo nido (Borgo Olivetti)
L'edificio sorge nella zona della città, dell'epoca, più funzionale al proprio utilizzo: la vicinanza con la stazione ferroviaria, i mezzi di trasporto e la fabbrica risultava un notevole aiuto per le mamme che, recandosi al lavoro, potevano agevolmente accompagnarvi i propri figli.
L'asilo, inoltre, è dotato di un'area sopraelevata e lontana dalla strada, adatta per la ricreazione all'aperto dei bimbi.
I muri dell'edificio sono stati realizzati in pietra ad "opus incertum", mentre i pilastri sono in pietra viva (diorite di Brosso), si pensa secondo un'antica usanza locale.
Il corpo principale racchiude nel perimetro della sua pianta un patio, separato dalla strada da un portico e coperto da un sistema di tende mobili.
Durante il periodo della II Guerra Mondiale, l'asilo fu utilizzato dai partigiani anche come infermeria.

Officine ICO - 3° ampliamento
Nel secondo dopoguerra, il complesso delle "Officine ICO" di Ivrea fu interessato da un ulteriore intervento di ampliamento, ancora ad opera degli architetti Luigi Figini e Gino Pollini ed ultimato nel 1949.
Di questo intervento, degne di nota sono le facciate su via Jervis e quella retrostante l'edificio. La prima (a nord), riprendendo il disegno del precedente ampliamento del 1942, viene prolungata di altre 7 campate e raggiunge così un fronte vetrato di oltre 100 metri.
Nello studio delle facciate verso via Montenavale ed il cortile (a sud) gli architetti decidono di arretrare la doppia vetrata. Per rendere minore l'insolazione nelle ore più calde, antepongono alla vetrata un reticolo formato da mensole sporgenti in cemento armato, alette orizzontali inclinate e lame verticali, anch'esse in cemento armato.
Dopo il collegamento con il successivo ampliamento, la vetrata su via Montenavale è scomparsa ed oggi le mensole con le alette in cemento sono visibili solamente in un tratto della facciata sud.
Per gran parte della facciata sul cortile retrostante, l'architetto Annibale Fiocchi firma una soluzione senza le alette inclinate, sostituite da tende alla veneziana. Queste verranno successivamente sostituite a loro volta da ante metalliche rotanti, disposte orizzontalmente e visibili ancora oggi.
Come per gli ampliamenti precendenti, i cortili interni, formati dalle maniche degli edifici perpedicolari tra loro, vengono coperti da shed, in modo da poterne sfruttare al massimo le aree interne.
Nel 2007 si sono conclusi i lavori di ristrutturazione dell'intero complesso 'ICO Centrale'.
Centro Studi ed Esperienze
L'edificio ha 3 piani fuori terra, più uno seminterrato, ed è costituito da 4 bracci asimmetrici disposti ortogonalmente tra loro, quasi a formare una croce, a partire da un corpo centrale contenente la scala e i vari servizi.
Le pareti esterne sono rivestite da piastrelle in klinker blu (chiaro e scuro), mentre la struttura in cemento armato è leggibile dall'esterno dal colore grigio, originariamente bianco, delle fasce marcapiano e dei pilastri perimetrali. I serramenti originali color rosso scuro ora sono di un rosso acceso molto contrastante con il resto dell'edificio.
Nel 1965, su progetto dell'architetto Ottavio Cascio, il secondo piano dell'ala est viene prolungato di 2 campate, a scapito di una delle terrazze.
L'edificio è stato recentemente ristrutturato da Ettore Sottsass e Marco Zanini per ospitare la sede dell'Interaction Design Institute Ivrea.







martedì 24 maggio 2016

Montanaro (3T)

Montanaro


A Montanaro si presenta un singolare esempio di edifici progettati da un unico architetto, il complesso abbaziale vittoriano, composto da: chiesa di Santa Maria Assunta e San Nicolao, chiesa della Confraternita di San Giovanni Decollato e Santa Marta,campanile e casa del Comune; nel loro insieme offrono una visone di grande effetto scenografico barocco. 



Del 1757 ricordiamo il progetto del Vittone di ampliamento della chiesa. 
1758 iniziarono i lavori: Vittone venne a Montanaro fece abbassare il livello del sagrato antistante e la chiesa di Santa Marta rimase senza più il terrapieno di accesso alla sua porta d'ingresso fino al 1766. La nuova chiesa di Santa Maria Assunta presenta la pianta a croce latina, ha un'unica navata e otto cappelle laterali.L'altare maggiore costruito in marmo pregiato. 


 
L'alto campanile è il capolavoro del Vittone, i lavori iniziarono nel 1770, ma il 19 ottobre 1770 il Vittone morì a Torino. La costruzione proseguì sotto la direzione dell'architetto Quarini, il quale lo collaudò nel 1772. Per raccordare il campanile alla chiesa di San Giovanni Decollato e Santa Marta, fu edificata, con progetto del Vittone, la ex casa del Comune. Quest'ultimo edificio completa il complesso vittoriano.

Castello di San Giorgio Canavese (3T)

Castello di San Giorgio Canavese
Tratteremo, ora, del castello situato nella collina del piccolo paesino di San Giorgio canavese, appartenente alla famiglia dei Biandrate. Questo castello rappresenta, inoltre, un importante simbolo per il paese.
Esso è diviso in due costruzioni; una più antica (risalente al XII-XIV) ed una più recente attribuibile ai sec. XV-XVI.
Era diviso in due corpi di fabbricato, uno a ponente e uno a levante, entrambi con due piani fuori terra uniti da una galleria, la quale divideva un cortile signorile da uno rustico.
Era formato da un appartamento al pian terreno composto da un salone con pareti ricoperte di cuoio e solaio dipinto, una camera da pranzo, cucina e servizi, al piano di sopra un granaio e una prigione.
L’edificio di ponente venne demolito e sostituito con una nuova costruzione.
Decisero, in aggiunta, di demolire il castello “vecchio” dove fu quasi interamente demolito e l'area sistemata a giardino all'inglese. Fu questo l'ultimo intervanto subito dal castello che rimase così da allora.
La figura più illustre della famiglia Biandrate è il figlio di Alberto II ovvero Guido V il grande, conte della famiglia.
Il ceppo di San Giorgio dei Biandrate discese da Umberto II e dai suoi figli Otone e Pietro. I territori oggetto di feudo, oltre agli intiziali San Giorgio, Cortereggio, Ciconio, Lusigliè, Ozegna, Cuceglio e le località poi scomparse di Misobolo e Cevario, col tempo si estesero ad altri paesi cioè: Foglizzo, Balangero e Mathi, Montalenghe, Orio, Caluso, Rivarolo e Volpiano.
Oggi il castello è di proprietà di una società privata che ha provveduto nel corso degli anni ad effettuare vari interventi conservativi. Molte modifiche applicate, però, hanno cancellato parte delle tracce più antiche.


sabato 21 maggio 2016

Mazzè (3T)

MAZZE’

L’origine di Mazze’ e’ antichissima, probabilmente da far risalire ai primi stanziamenti che i Liguri crearono sulle loro strade di transumanza, nel X sec. A.C., poste solitamente vicino ai fiumi. La pianura che sorge tra la cordonatura morenica esistente tra Mazze’ ed Ivrea a quel tempo era probabilmente occupata da una sorta di palude che gli autoctoni Liguri ed i successivi invasori Celti bonificarono, allo scopo di ricavare terreni atti all’agricoltura. Reperti notevoli di questo periodo sono la stele funeraria datata dalla Sovrintendenza Archeologica del Piemonte al VI sec. A.C. e l’ara incisa visibile nel luogo in cui la stele e’ stata esposta al pubblico (Mazze’ nel giardino di Piazza della Repubblica. L’etimologia del nome di Mazze’, secondo gli ultimi ritrovamenti, deriverebbe dal nome della dea celtica Mattiaca, meglio da noi conosciuta come Morgana, in quanto si presuppone che a Mazze’ esistesse un centro di culto a lei dedicato.
In questo periodo e’ di notevole interesse la leggenda che ricorda i lavori di bonifica della palude culminati in una tragedia che coinvolse tutto il popolo di Mazze’. Si narra, difatti, che la leggendaria reginaYpa avesse ordinato di rompere gli argini trattenenti le acque, per una disillusione d’amore, facendo cosi’ sommergere tutto l’abitato.
Nel III sec. A.C. l’espansionismo romano incomincia ad interessare il Canavese e naturalmente anche Mazze’. Nel 143 A.C. il console romano Appio Claudio Pulcro con il suo esercito invade, con motivi pretestuosi, i territori dei Salassi, popolazione creatasi dalla fusione tra gli autoctoni Liguri ed i Celti. I romani vengono sconfitti lo stesso anno presso Verolengo ma successivamente riprendono l’offensiva ed a loro volta sconfiggono i Salassi di pianura tra Mazze’ e Vische. Nel 100 A.C. il console romano Caio Mario dopo aver debellato i Teutoni, fonda, con l’aiuto dei Salassi canavesani, Ivrea, a difesa della strada delle Gallie. Nel 22 A.C. il console Varrone sconfigge definitivamente i Salassi della Valle d’Aosta vendendo i superstiti come schiavi. Tutto il Canavese, compresa quindi Mazze’, viene centuriato ed i poderi assegnati ai veterani. La fusione di questi con i Salassi dara’ origine ai nostri progenitori.
Probabilmente a quel tempo nel territorio di Mazze’ esistevano due insediamenti romani: il primo in regione San Pietro ed il secondo in Regione San Lorenzo, come testimoniato dalla lapide funeraria di epoca imperiale ritrovata nella chiesetta di San Lorenzo ed attualmente locata nella chiesa parrocchiale. Per quanto concerne, invece, la regione San Pietro dell’insediamento fanno fede i reperti recentemente sistemati a cura del Comune di Mazze’ e della Associazione culturale "F. Mondino" in una bacheca sita presso la sala consiliare.
Con le invasioni barbariche tutto il tessuto sociale viene sconvolto. La gente, per cercare riparo, abbandona i siti romani per trasferirsi sul cucuzzolo della collina piu’ alta, facilmente difendibile. Purtroppo in questa migrazione gli edifici e le strade esistenti vengono smantellati per costruire nuove abitazioni. Notevole, in questo periodo, e’ il transito per Mazze’ della strada militare romana conducente dal presidio di Quadrata presso Verolengo, ad Ivrea, pattugliata da mercenari Sarmati agli ordini di un prefetto Romano. Si ritiene interessante ricordare che i Sarmati erano barbari originari della Russia, sconfitti e fatti prigionieri dall’imperatore Costantino nel 337 D.C., dopo che avevano attraversato il Danubio e invaso l’impero.
Con l’avvento dei Longobardi prima, dei Franchi poi, la societa’ canavesana assume una struttura di tipo germanico ed il potere viene preso, di fatto, da famiglie nobili franche. Un membro della famiglia Valperga nel 1110 diventa conte di Mazzè. Le vicende di questa famiglia seguiranno quelle del popolo di Mazzè per i successivi otto secoli. Nel medioevo i signori di Mazzè ed il suo popolo sono prima guelfi e poi ghibellini, ma, in ogni caso, sempre contrari ai Savoia. Figura preminente di questo periodo è Giorgio dei Conti di Valperga Signore di Mazzè, generale e consigliere dell’Imperatore Sigismondo, al tempo delle guerre in Boemia contro gli Hussiti.
Nei secoli seguenti Mazzè partecipa alle vicende del ducato di Savoia prima, Regno di Sardegna poi, venendo invasa nel XVI secolo dai Francesi e in seguito dagli Spagnoli. Nel XVIII secolo, sia per venire incontro all’aumento della popolazione e sia sull’onda delle ventate riformiste francesi, la comunità di Mazzè decide di captare, a sue spese, una roggia dal canale di Caluso allo scopo di irrigare i territori della pianura.
Questo fatto provocherà un parziale abbandono del ricetto esistente attorno al Castello per stabilirsi sul piano e lo sviluppo di Tonengo, favorendo l’immigrazione di vari nuclei familiari, probabilmente dall’astigiano. La costruzione della roggia darà luogo a varie controversie con il Conte Valperga contemporaneo, vicende che sfoceranno, già al tempo della rivoluzione francese, nella costruzione di un mulino, in frazione Casale, in spregio ai diritti feudali del Conte. Nel XIX sec. sciaguratamente il ricetto fortificato viene quasi interamente distrutto per far posto ai Palazzi nobiliari attualmente ancora visibili. Allo scadere della prima meta’ del secolo muore l’ultimo dei Conti Valperga, senza lasciare eredi.
Il castello, ridotto quasi ad un rudere, viene, dopo varie vicissitudini, acquistato dalla famiglia dei conti Brunetta d’Usseaux, nobili francesi da sempre al servizio dei Savoia. Fortunatamente il figlio di uno degli acquirenti, il conte Eugenio Brunetta d’Usseaux, sposa una nobildonna russa parente dello zar Nicola II, rimanendo pero’ purtroppo vedovo in giovane eta’ e padre di quattro figli. Con le ingentissime sostanze ereditate dalla moglie il conte procede al riattamento del castello trasformandolo in un edificio neo – gotico, come si presenta tutt’oggi. Nel XX sec., dopo la tragica morte del conte Eugenio, avvenuta nel 1919, per il castello inizia un periodo di decadenza e non bastano le visite di Mussolini e del Principe di Piemonte per risollevarne le sorti.
Attualmente il maniero e’ di proprieta’ della famiglia Salino, la quale ha provveduto ad ingenti opere di restauro. Dopo un lento decremento demografico, negli ultimi decenni la popolazione di Mazze’ e’ andata crescendo, grazie anche ad una discreta immigrazione, raggiungendo quasi la soglia dei 4000 abitanti, impiegati per lo piu’ nell’industria e nel terziario. Il primo sindaco del Comune, di nomina reale, e’ stato il Cav. Carlo Birago; dal 2004 e’ a capo dell’Amministrazione il dott. Comerro, eletto dal popolo.






REGINA YPA

La configurazione del Canavese, cosi come oggi noi lo conosciamo, è dovuta al
deflusso delle acque del mitico gran lago canavesano attraverso la forra di
Mazzè.
La decisione di Ypa, leggendaria regina dei Salassi, di tagliare la collina
morenica più lunga d'Europa non fu certamente dettata solo dal desiderio di
bonificare terre vergini, ma dalla consapevolezza che il nuovo corso della Dora
Baltea avrebbe creato un confine, una sorta di termine tra la sua gente e quella
della pianura vercellese, favorendo la nascita di una cultura autonoma.
La leggenda narra ancora, che la regina Ypa, una strega misteriosa e perversa
si servì delle sue arti e dei suoi poteri per commettere nefasti e infami
crimini.
Si racconta infatti che si fosse innamorata di un suo schiavo , e che, per
disfarsene, abbia perpetrato un progetto diabolico
Ordinò ai suoi servi, governati dall'innamorato, di tagliare la rocca di Mazzè
e di scavare il nuovo letto della Dora.
Quando i lavori furono pressochè ultimati , fece rompere improvvisamente gli
argini e le dighe, che a monte continuavano a mantenere le acque nel loro antico
letto, deviando il fiume verso Mazzè.
Gli schiavi tra i quali c'era l'amante furono colti inaspettatamente dal
traboccare delle acque che scendevano con i mpeto violento e, travolti e
sommersi dalla corrente, vi trovarono la morte.
Pare tuttavia, che la regina Ypa poco abbia goduto del suo sogno, perché
Giove, accortosi della scomparsa del lago, volle punirla, e la condannò ad
errare perennemente entro i confini del suo regno, divenuto per lei un luogo
tenebroso, costringendola a fare ammenda della sua rivolta con una lunga
espiazione.
Al tempo in cui i romani si spinsero in questa regione, pare che vi fossero
delle terre non completamente asciutte.
Lo starebbero a dimostrare le strade da essi costruite, poste tutte ad una
certa altura, incastrate sui fianchi elevati dei monti e delle colline.

DOLCI TIPICI TONENGHESI:
Tonengo è una Frazione del Comune Mazzè ed è situato nel Canavese in Piemonte, vicino a Caluso. Particolare è la sua chiesa e i suoi vicoli che ospitano antichi ricordi. La Pasticceria Scavarda sta in punto rialzato rispetto la Chiesa, e si sta impegnando a valorizzare le tante risorse alimentari, faunistiche e architettoniche presenti sul suo territorio. Caratteristico è il Canastrello, un dolce tipico tonenghese, e la Sagra dei Canestrelli si svolge a Luglio. La prodotti Artigianali di Scavarda è specializzata nella produzione, confezionamento e distribuzione proprio dei dolci tipici canavesani: Canestrelli Tonenghesi e Paste di Meliga.
I Canestrelli, dolci entrati nel Paniere dei Prodotti Tipici della Provincia di Torino, sono realizzati a mano, con una ricetta custodita gelosamente da generazioni, cotti su ferri a forma di grandi pinze e lasciati poi raffreddare in cesti di vimini.
Proprio da questi cesti (canestri) prendono il nome questi dolci, preparati in grandi quantità dalle famiglie contadine per celebrare gli avvenimenti più importanti, come matrimoni, battesimi, l’uccisione autunnale del maiale e la Pasqua.











giovedì 19 maggio 2016

Castello di Strambino (3T)

CASTELLO DI STRAMBINO





















Il Castello di Strambino si riferisce a più castelli risalenti ad epoche diverse e situati su di una collina, nel centro storico di Strambino.
Uno di essi è una dimora gentilizia un tempo appartenente ai conti di San Martino. Risale al XVII secolo ed ha affreschi che decorano il prospetto esterno affacciato su un parco con alberi ad alto fusto.
Fa parte di un più vasto complesso edificato su vari corpi di fabbrica sulla base dei resti di un antico castello dell'XI secolo. Di tali vestigia sono visibili due torri e resti delle mura che circondavano il castello arduinico nonché parte del castello gotico del XIV secolo. Passata in proprietà agli eredi dei marchesi Scarampi di Villanova, la dimora è adibita a servizio di bed & breakfast.
Il complesso che costituisce il Castello è sorto sulla cima della collina in epoche diverse. Di fronte a un piccolo spiazzo erboso si notano gli affreschi seicenteschi che ne ornano uno degli ingressi, forse un'antica torre. Superata la torre-porta si trova il primo maniero quattrocentesco; appena oltre si apre una corte su cui si affaccia la parte più antica dell'intero complesso con la bella torre circolare, un tempo coronata da merlatura.
Ecco come appariva il maniero ad Antonino Bertolotti verso la metà dell'Ottocento:
"Passato nell'interno del castello ci si presentarono finestroni con fregi complicati, due vecchie e mozze torri rotonde con tracce di affreschi, nelle quali penetrammo per strette scalette. Arrivammo in un salone antichissimo con soffitto in legname, ornato da simboliche pitture e di arme gentilizie. Un affresco figura Arduino, re d'Italia; il suo monogramma è ripetuto a guisa di tappezzeria sulle pareti; ma più antico si conosce un residuo di bastione, altrove. Mentre un salotto, con arme araldiche colossali dei San Martino, ci accoglieva a riposo".



















Tale soffitto non si trova più da tempo a 
Strambino, in quanto fu trasportato per volere di Alfredo D'Andrade nel castello di Pavone: operazione che garantì la conservazione della singolare opera, in cui ogni cassettone "contiene una testa coi costumi del tempo" (Boggio).
Stanchi del castello medievale, i conti di San Martino costruirono, sugli spalti dell'antica fortezza, un Palazzo barocco, che dal 1876 fu proprietà dei conti Villanova. La semplcie facciata è arricchita da affreschi che incorniciano le aperture. L'interno conserva spendide sale interamente decorate: tra le tele dipinte si notano paesaggi a soggetto marino, allestiti dal Cogrossi verso il 1786, immagini di torri, parchi, con recinti di ville fino alla rappresentazione del palazzo stesso e dei suoi dintorni. nelle precedenti sale, altri quadri del pittore Cogrossi rappresentano vedute in cui traspare il tema delle rovine, tipico del gusto tardo settecentesco; più vicina al neoclassicismo è invece la decorazione del salotto, dove sono effigiati, tra quadrature e motivi ornamentali, i busti di alcuni imperatori e re dell'antica Roma. Non poteva mancare la galleria dei ritratti di casa Savoia, famiglia alla quale i primi proprietari del castello, i conti di San Martino appunto, dimostrarono sempre la loro fedeltà.
Infine, accanto alla residenza barocca, è situata la semplice Cappella di San Michele, di antiche origini ma restaurata nel 1769: l'edificio sacro ebbe funzione di coparrocchiale, prima unitamente all'ex chiesa di San Solutore e in seguito con la nuova Parrocchiale.





Cuceglio (3T)

  Cuceglio
 
Sul braccio meridionale del complesso collinare si trova Cuceglio; la sua posizione esposta a sud ha favorito soprattutto la coltivazione della vite, ne sono testimonianza documenti antichi attestanti questa vocazione così che questa è stata la vera ricchezza della sua economia.
 
 
Per contro, la sua posizione collinare ha impedito all'agricoltura di svilupparsi appieno, vista la mancanza di corsi d'acqua e potendo contare solo sull'acqua piovana per l'irrigazione. Dopo la prima Guerra Mondiale, la popolazione del  paese ha subito una lenta e costante diminuzione, dovuta alla attrazione di manodopera dei centri industriali, ed alla incapacità dell'economia agricola a sostentare una popolazione, forse cresciuta troppo, e comunque necessitante di maggiori risorse.
A partire dalla fine degli anni '60 la situazione è migliorata con un lento ma sensibile aumento dei residenti; oggigiorno, stante la facilità degli spostamenti casa-lavoro, è possibile godere appieno dei vantaggi derivanti dalla vita in un territorio meno industrializzato e quindi più naturale.
L'origine del nome Cuceglio è incerta e la spiegazione varia a seconda dell'autore delle ricerche.
Il Bertolotti nelle sue "Passeggiate nel Canavese" fa derivare Cuceglio dalla parola Chauseja o Chaucia alla quale il Du Cange (lessicografo e storiografo francese 1610-1688) dà per spiegazione il termine Agger che può essere tradotto in bastione, fortezza argine.
Dal diminutivo Chauciellum (piccola fortezza) sarebbe derivato l'attuale Cuceglio.
Altre interpretazioni danno un'origine celtica. In ordine di tempo nel 1965 Dante Olivieri propone  di dedurlo dal nome personale celtico Cauccillus o Coccillus; stessa ipotesi è avanzata (anno 1992) dalla proff. Alda Rossebastiano (ordinario di storia della Lingua italiana, Università di Torino) che tuttavia suggerisce di tenere conto anche dell'esistenza del latino Cocceius.

Le Chiese

Le chiese esistenti oggigiorno a Cuceglio sono tre: la Parrocchiale, il Santuario della Beata Vergine Addolorata e la Chiesa della località Cascine Cuffia.
Il riferimento alla più antica chiesa di Cuceglio è datato 1251 e riguarda la dedicata a Sancti Petri de Stolzano però di essa non ci sono resti. Oggi l'edificio religioso più antico è la Parrocchiale, risalente, probabilmente, alla seconda metà del '500.
La chiesa dedicata alla Beata Vergine Addolorata e comunemente conosciuta come  il Santuario venne costruita tra il 1747 ed il 1758, la tradizione popolare ha sempre indicato il 1749 come l'anno di fine lavori mentre invece a quella data era costruita solo in parte.
Propugnatore dell'opera fu una persona del luogo di nome Pastore Eusebio che con il concorso della popolazione riuscì in tale impresa.



 

















Il Municipio


 
Le testimonianze della presenza di un Municipio risalgono al 1650, poiché non vi sono nell'Archivio Comunale documenti anteriori a tale periodo si possono ricostruire gli avvenimenti solo a partire da quella data.

Il palazzo comunale attuale è un edificio abbastanza recente che solo dal 1992 viene utilizzato a tale scopo; precedentemente era una casa di abitazione privata appartenente alla famiglia Dezzutti.

La primitiva casa comunale non è rintracciabile con sicurezza ma è ragionevole ipotizzarla nelle vicinanze della chiesa parrocchiale come si può desumere dai verbali datati 1651 convocanti il Consiglio Comunale nella casa o nella piazzetta dietro la Chiesa Parrochiale.

Il passaggio all'edificio che rimarrà sede della Casa Comunale fino al 1992 avviene nel 1773 con uno scambio di fabbricato così che il nuovo potrà contenere "...la casa delle congreghe, con poca spesa, gionta anche la positura d'essi membri di casa sovra la piassa pubblica..".

La piazza Marconi posta in centro paese vede riuniti attorno a sé quasi tutti gli edifici pubblici del paese. Oltre alla chiesa parrocchiale ci sono: l'ufficio postale, il campanile che venne iniziato nel 1710 a spese del Municipio, il monumento al re Umberto I, la quercia dedicata alla regina Elena moglie del re Vittorio Emanuele III.

Del ricetto non rimangono tracce fisiche ma da studi recenti è possibile definire la sua esatta collocazione sulla parte sommitale della collina che ospita attualmente il Santuario.
È probabile che anticamente ci fosse un castello su questa collina, come testimoniano gli scritti di Pietro Azario (1339) e la notizia datata 1334 di un certo Coleto de Melioretis un tempo castellano di Cuceglio.

Inoltre ancora nel 1672 era certificata l'esistenza di una torre in pietra alta 8 trabucchi (circa 25m.) posizionata anch'essa sulla parte alta della collina.